Come mai la nascita di un Associazione Culturale di Studi Bizantini a Gizzeria, in Calabria?

Scrivere di una società di cui sono sopravvissuti pochissimi archivi e documenti ufficiali obbliga a fare appello a tecniche di ricostruzione e analisi molto diverse da quelle familiari agli storici dell’età moderna. I bizantinisti, quando possono impiegano metodi quantitativi, ma considerando la natura delle fonti devono farlo con estrema cautela, e molto spesso sono costretti a ricorrere a materiali comparativi o ad altri strumenti teorici per interpretare i documenti che hanno a disposizione.

I bizantini si differenziano dalla maggior parte degli altri «popoli» dell’Europa antica e medievale, non solo perché non sono stati un «popolo» in senso etnico, ma anche perché il loro Impero è rimasto in vita per molti secoli, ben undici secoli, durante i quali ha subito numerosi cambiamenti pur mantenendo alcune delle sue caratteristiche di base.
La civiltà bizantina, che nel mezzogiorno d’Italia ha avuto un passato florido culturalmente è poco conosciuta alle nuove generazioni per la carenza dei programmi ministeriali a livello scolastico. Il progetto di stimolare i giovani, mediante seminari di studio, con la collaborazione di eminenti studiosi bizantinisti, è lo scopo prioritario della neonata Associazione.

Tra il VI e XI secolo la Calabria fu provincia dell’Impero Romano d’Oriente, abitualmente detto bizantino da Bisanzio, distinta da una peculiare identità politica, culturale e religiosa prevalentemente greca. Questa identità la accomunava al resto dell’Impero, tanto alla lontana capitale quanto alle province orientali, distinguendola così dalle rimanenti regioni italiane, perfino dalle limitrofe. Perciò per i suoi abitanti è appropriata la definizione di Calabrogreci del Medioevo.

La grecità dei Calabrogreci era, infatti, creazione di Bisanzio e della sua plurisecolare dominazione su gran parte del territorio dell’odierna Calabria, mentre la loro appartenenza al mondo ortodosso era conseguenza di un’integrazione delle locali diocesi sotto l’autorità del patriarca di Costantinopoli e non più, come nei precedenti secoli tardo antichi, sotto la guida del vescovo di Roma.

L’Impero bizantino e il patriarcato di Costantinopoli erano rispettivamente l’ambito di realizzazione e il polo di convergenza dell’Ortodossia. La maggioranza dei sudditi bizantini della Calabria ben presto condivise questa peculiare forma di cristianesimo di matrice greca e orientale, tanto più che al suo irradiarsi e consolidarsi concorreva il monachesimo, anch’esso strutturato secondi schemi disciplinari e organizzativi ispirati alle tradizioni ascetiche e spirituali di analoga origine greca e orientale.

Ne consegue che gli orizzonti culturali dei Calabrogreci erano coerenti con quelli degli altri fedeli ortodossi del mondo bizantino. Della cultura calabrogreca dell’epoca possiamo certamente affermare che si trattava, per molti versi, di una cultura d’importazione, ancorché sollecitamente accolta e valorizzata nella provincia essendo questa predisposta a recepirla e svilupparla in virtù del suo silente ma non ancora spento retaggio d’ età magnogreca. Era, in ogni caso, una cultura in continuo rapporto d’osmosi con gli ambienti ellenofoni esterni, una cultura che per le sue coordinate temporali e i suoi referenti istituzionali, va intesa come l’aspetto saliente e per nulla caduco di un’opera di autentica bizantinizzazione. In Calabria, quindi, la bizantinizzazione ebbe precoci e duraturi riflessi in campo religioso, sui quali possiamo far luce adeguata richiamando, innanzi tutto, momenti e aspetti dell’attività scrittoria.

La civiltà bizantina attecchì in Calabria, si propagò e si trasmise come civiltà del libro, come civiltà in cui la cultura, sia pur senza l’ampiezza e la ricchezza di orizzonti proprie della cultura dell’antichità, aveva un suo privilegiato diritto di cittadinanza.
Stando alle definizioni della maggioranza degli storici, l’impero bizantino sarebbe nato con la fondazione della città di Costantinopoli o Nuova Roma nel 324 d.C. e sarebbe finito con la resa della medesima città ai Turchi Ottomani nel 1453.

Quanto poi all’aggettivo “bizantino”, potrebbero sollevarsi serie obiezioni, come spesso è accaduto, in merito alla questione se sia parola adeguata o meno. Comunque sia, alla lunga questo termine si è imposto, e sarebbe pedante rifiutarlo fin tanto che comprendiamo che si tratta semplicemente di una comoda etichetta. Nel mondo reale non è certamente mai esistita alcuna entità detta “impero bizantino”.

Ciò che esisteva era uno Stato romano che aveva il suo centro a Costantinopoli, l’attuale Instanbul. I suoi abitanti si definivano Rhomaioi o semplicemente Cristiani; e chiamavano Rhomania il loro paese. Ci si poteva definire un Byzantios solo se si era nati a Costantinopoli e non se si proveniva da qualsiasi altra regione dell’Impero. Per gli europei d’Occidente la parola “romano” aveva una connotazione completamente diversa: pertanto identificavano i “bizantini” come Graeci. Affine il termine impiegato dagli Slavi (Greki), laddove per Arabi e Turchi essi erano Rum, vale a dire “romani”. L’impiego del termine Byzantinus quale designazione dell’Impero e dei suoi abitanti non si impose fino al Rinascimento. Nessun tentativo di sostituirlo con goffi equivalenti del tipo ‘romano-orientale’ o ‘cristiano-orientale’ ha incontrato il consenso generale.

Tuttora Calabria e Basilicata conservano un segno impercettibile dell’antica appartenenza al mondo politico di Bisanzio perfino nella loro denominazione ufficiale che hanno assunto in seguito a riordinamenti amministrativi introdotti dal governo bizantino o in virtù di invenzioni lessicali spiegabili con la presenza di dominatori grecofoni.

Non va trascurato che sul loro territorio interno Bisanzio lasciò traccia duratura, poiché nel corso della sua denominazione, instauratasi mentre il dissolvimento del mondo antico faceva scempio di città e campagne e poi consolidatasi mentre maturava la civiltà dell’Europa medioevale, favorì il risollevamento delle condizioni generali di vita sociale ed economica, salvò dall’abbandono molte città antiche e ne fondò di nuove, promosse dappertutto il recupero delle terre incolte e l’ampliamento degli spazi abitati, mantenne aperte e floride le vie di comunicazione marittima.

Merita, quindi, attenzione il momento bizantino della loro storia non foss’altro per il suo intrinseco configurarsi quale processo di transizione fra la civiltà antica e quella medioevale. Tanto più che, sotto molti aspetti, per la Calabria, la Basilicata e la Puglia, sia pur in misura diversa, le successive fasi di storia medioevale non sono comprensibili né leggibili se prescindiamo dal collegarle con la fase antecedente di presenza bizantina e di solidarietà con un Impero che, malgrado le sue origini romane, era venuto caratterizzandosi per la sua grecità di lingua e cultura e per la sua dimensione orientale e mediterranea; e che, pur facendo parte dell’ecumene cristiana, era venuto sviluppando, fino a identificarvisi, una sua peculiare forma di cristianesimo: quella ortodossa.

costantinopoli

L’Europa ha un grande debito verso le mura di Costantinopoli; un debito che non si limita alle grandi questioni della politica internazionali. Quelle mura, che evitarono alla cristianità di essere inghiottita dall’Islam, preservarono anche il retaggio della civiltà greca. Oggi la nostra conoscenza di quella cultura sarebbe infinitamente minore se non fosse stato per i dotti, i bibliotecari e gli scribi di Bisanzio; senza i suoi copisti molti testi classici sarebbero andati perduti e di altri sapremmo ben poco senza opere come la Biblioteca di Fozio.
Possiamo irridere alla pedantesca fedeltà degli scrittori bizantini all’antichità classica, che isterilì tanta parte della loro opera; ma gli studiosi della classicità che oggi disprezzano i letterati bizantini dovrebbero ricordare che, se quelli per primi non avessero condiviso il gusto dei classici, oggi la loro scienza sarebbe ben più misera cosa.

La trasmissione all’occidente di questo patrimonio culturale non fu opera di governi ma di individui, via via che i dotti occidentali cominciavano a rendersi conto dei tesori che racchiudeva Bisanzio. Allo stesso modo, anche il diffondersi della stessa civiltà bizantina fu essenzialmente dovuto alla rete di contatti tessuta da viaggiatori e mercanti.

Quale ruolo ha avuto la Calabria nel contesto della civiltà bizantina?

A partire dall’ultimo declino dell’autorità romana, la Calabria assiste alla presenza, simultanea e variamente dispiegata nello spazio e nel tempo, di molte signorie e di molti popoli. Cassiodoro è un alto funzionario del regno gotico, ma la signoria gotica perde la sua dominazione calabrese a favore dei bizantini nel 553; i bizantini, a loro volta, pur mantenendo il dominio per largo tratto, sono costretti a vedere, nel loro orizzonte calabrese, altri popoli e altre civiltà, da taluni effimeri insediamenti longobardi a certe più resistenti sedi arabe: è in questo periodo dell’alto Medioevo che la regione, desumendolo dall’area pugliese, acquisisce il nome che essa ha oggi e perde il nome di Bruzio. E questo anche perché, soprattutto ai suoi limiti settentrionali, lo scambio di dominazioni e signorie è più frequente. Ma la dominazione bizantina caratterizzerà la regione calabrese per circa cinque secoli, e non verrà meno che con l’arrivo dei normanni e con la vigorosa formazione del regno normanno-svevo.

Il carattere originario della civiltà calabrese affonda le sue radici nella lunga presenza bizantina, in quella cultura che ancora ci parla dalle absidi e dalle cupolette di tante chiese, dense di testimonianze di pittura arcaica. La Calabria umile e remota, più propriamente sé stessa nonostante l’incalzare dei tempi, riposa su quelle remote ascendenze, in quel mondo senza tempo che è il prezioso retaggio della civiltà bizantina. Il cuore della Calabria è tutto nel suo profondo interno impianto medioevale.

Il Secolo X, che per l’Europa è uno dei più tormentati e drammatici, viceversa è il secolo d’oro per Rossano, divenuta il centro più grande e importante della Calabria, epicentro politico-amministrativo del dominio bizantino, con un porto di prim’ordine, sede di uffici amministrativi, officine artigianali e botteghe d’arte.

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Rossano è anche una delle città più importanti di irradiazione dell’ellenismo religioso e culturale. Infatti, numerose e di alta qualità sono le istituzioni educative e le scuole monastiche cittadine, dalle quali escono gli uomini più rappresentativi di quel tempo: San Nilo, il più illustre dei figli di Rossano (910-1004), fondatore dei monasteri, tra i quali la Badia Greca di Grottaferrata, presso Roma; Giovanni Filogato, erudito e filologo, fine diplomatico e infine papa col nome di Giovanni XVI (997-998); San Bartolomeo (980-1055), discepolo di San Nilo, autore del Bios, cioè della vita di San Nilo. Altra figura di spicco di Rossano, dell’ebraismo medico fu Shabbetai Donnolo (912-982), una delle personalità più originali nell’Italia meridionale alto-medievale.

Sulla base degli studi venuti alla luce nel corso del secolo XX, ma soprattutto nel corso di questi ultimi decenni, è stata evidenziata sempre più l’importanza che la Calabria ha avuto nel contesto della presenza bizantina nel Mezzogiorno d’Italia. Questa regione, infatti, contribuì in modo determinante e da molteplici punti di vista, a mantenere sempre salda in terra d’Occidente l’influenza della Roma d’Oriente, diventando così luogo privilegiato di incontro dei popoli e delle culture provenienti dalle radici romane e cristiane.

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Da tutto ciò consegue, con una evidenza confermata dalla fioritura di studi specialistici, che la storia della Calabria in età bizantina offre una straordinaria ricchezza di spunti e suggestioni.
Il Logo della nostra Associazione Culturale di Studi Bizantini, “Academia Jussaria”, è il nomisma di Basilio I (867-886), dinastia macedone dall’ 867 al 1056; fu in tale periodo che ebbe origine Gizzeria, territorio abitato e delimitato da confini ben precisi, denominato Ghypsìa.

Il patrimonio storico bizantino esistente in Calabria, va rivisitato attraverso la ricerca, particolarmente il territorio del lametino poiché possiede reperti archeologici significativi e poco valorizzati.
Per tutte le ragioni appena elencate, l’Impero bizantino merita di essere studiato, ma è soprattutto degno di nota e di interesse in sé: questo Stato complesso e centralizzato, capace di riscuotere le tasse, di schierare un esercito e di sopravvivere per un lungo arco di tempo, vide la fine del mondo antico e l’inizio del Medioevo, la fioritura del rinascimento e l’ascesa dell’Europa occidentale.

Emilio Giuseppe Rosato, Presidente Academia Jussaria